Per la prima volta da che abbiamo memoria, almeno così raccontano anche i nonni, ci troviamo di fronte alla necessaria riduzione della nostra libertà di movimento per far fronte a qualcosa di nuovo, angosciante, per certi versi incomprensibile, cioè una pandemia. La “libertà”, un concetto così sdoganato, utilizzato nei libri, nei film, nella politica, ma anche nei nostri discorsi quotidiani, una parola ad ampio spettro, ma il cui profondo significato spesso sfugge nella nostra routine. Questo momento così “bizzarro” credo abbia messo molti di noi di fronte ad una riesamina di questa parola ed alla sensazione che, in fin dei conti, evoca la libertà, perché oggi sembra sfuggire, scivolare dalle nostre dita perché qualcuno, seppur ragionevolmente e obbligatoriamente, ci ha chiesto di metterla temporaneamente da parte, o almeno di limitarla, di serrarla entro dei confini.
Io faccio parte di quel range di persone che continua l’attività lavorativa, poiché collaboro presso una struttura aperta 24 ore su 24 che implica la costante presenza di personale. La mia percezione di libertà, quindi, si è solo parzialmente modificata, mi piace pensarmi in un limbo, dove devo impormi un autoisolamento solo par-time. Ecco che, in questi momenti, ho provato ad organizzarmi la giornata seguendo la logica del qui e ora, evitando progetti a lungo termine, ma focalizzandomi su quello che avrei dovuto, ma soprattutto voluto fare nell’arco di tempo che si presentava di fronte a me dal risveglio fino all’ora di andare a letto. Oltre alle sfornate tipiche di questo periodo di cui sono stata a mia volta preda, ho anche seguito alcuni webinar per dare continuità alla mia formazione, ancor più necessaria in un periodo così colmo di dubbi e perplessità. Tra questi, mi sono imbattuta in un’interessante disamina del Disturbo di Panico, così frequente nella nostra società, ma presumibilmente inasprito dalla pandemia e dalla recessione del senso di libertà personale dell’ultimo mese. Le manifestazioni di ansia che caratterizzano questo periodo – e di cui sono stata testimone diretta durante alcune conversazioni con i miei pazienti o con alcuni conoscenti – hanno una forma più paranoidea in quanto rispondono alla ricerca di senso sottostante al momento che stiamo vivendo: l’uomo per poter sopravvivere e vivere in una condizione di sicurezza deve poter organizzare la propria esperienza all’interno di una struttura dotata di significato e spesso, quando ciò non è possibile o lo è solo parzialmente, si ricorre ad alcuni escamotage, quali la ricerca di un capro espiatorio che ci dia quelle risposte che nessun altro ci sa fornire. Tali strategie fanno parte dell’essere umano e sono utili a fronteggiare la pressione psicologica a cui siamo sottoposti, ma talvolta può sfociare, come anticipato, nella paranoia più spietata, rivelando un’ulteriore limitazione della nostra libertà poiché i nostri pensieri e comportamenti vengono direttamente influenzati da questo assetto interno. Eccoci, dunque, in un’impasse.
Il disturbi di panico rappresentano un fenomeno enormemente diffuso nelle società occidentali e l’età di esordio, prima evidenziata nell’adolescenza o post-adolescenza, sembra oggi più precoce, fino ad evidenziare i primi esordi nel periodo della pubertà. Gli attacchi di panico si evidenziano in diversi rami patologici ed assumono un significato specifico in relazione al singolo caso, ma quando associati al disturbo di panico – come esposto dal Dott. Francesetti nel seminario che ho seguito online alcuni giorni fa – sembrano rivelare un profondo senso di solitudine, una sovraesposizione ad un mondo feroce a cui non siamo pronti poiché sentiamo di doverlo affrontare da soli, senza il supporto di nessuno. Spesso, infatti, gli attacchi di panico si manifestano in concomitanza a momenti di cambiamento nella propria vita (ad es. il passaggio all’Università, il trasferimento in una nuova città, ecc.), ma tali movimenti critici non sono sempre evidenti, alcuni infatti necessitano di una esplorazione preliminare prima che possano essere visti e, conseguentemente, narrati. L’agorafobia è un sintomo frequentemente associato all’attacco di panico, infatti agora deriva dal greco “piazza”, e cosa ci si può immaginare di più spaventoso del sentirsi esposti di fronte ad una piazza gremita di sconosciuti quando ci sentiamo preda della solitudine e dello smarrimento? Tali tormenti, come anticipato, assumono una forma parzialmente diversa in questo momento, dove un sentimento di tipo persecutorio rischia di avere il sopravvento, ma accanto al quale è osservabile la sensazione di essere soli preda di un fenomeno così pericoloso. Forse questo non è il momento più adatto per affrontare i propri “mostri” o per immergersi nei profondi abissi del proprio inconscio: questa fase deve essere affrontata con tutte le migliori strategie di cui disponiamo, il che significa poter sfornare dieci torte al giorno, oppure riguardare la nostra serie preferita su Netflix, o semplicemente fare ricorso a quei piccoli rituali quotidiani che identifichiamo nella nostra comfort zone. La propria solitudine o lo smarrimento che ci pervade può essere lenito attraverso il ricorso ai portali di aiuto psicologico presenti online, ma oggi è importante vivere la giornata, renderla qualcosa di conosciuto e rassicurante, senza guardare troppo in là. La personalissima normalità che ci attribuiamo tornerà a bussare alla nostra porta, allora potremo intraprendere strade nuove, magari anche faticose, ma oggi la cura di noi stessi deve semplicemente dedicarsi a ristabilire un senso di sicurezza personale che trascenda, per quanto possibile, l’insicurezza che permea il mondo esterno.
Dott.ssa Carolina Spriet